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Conoscer-si

08 Gen

Rosanna Pizzo

L’approccio, e cioè la mappa cognitiva di questa maniera di osservare il mondo e di intervenire, in questo caso, nel contesto di counseling, è quello sistemico-costruzionista, di cui si riportano, per capire di che cosa stiamo parlando, alcuni assunti teorici fondamentali, in breve, in quanto il discorso in tal senso, se dovesse essere affrontato in maniera esaustiva, comporterebbe ben altri spazi espositivi, certamente più idonei in una Sede Formativa.

Innanzitutto la locuzione sistemica, dal greco synestanai (metto insieme, compongo) allude ad un tutto integrato, costituito da parti, che danno luogo a un insieme diverso dalla somma delle medesime: esse sono, tra loro intrecciate, embricate, in modo tale che il funzionamento dell’intero sistema viene tenuto insieme dalle reciproche relazioni.
Detta premessa da luogo ad una diversa epistemologia, le cui coordinate principali sono qui di seguito elencate.
Il mondo è un sistema integrato di parti “….siamo parte danzante di una più ampia danza di parti interagenti”, osservava Bateson, una danza che concorriamo dialetticamente a fare, disfare, costruire in un inestricabile intreccio.

L’universo viene rivisitato attraverso una visione ecologica per la quale i fenomeni sono tra loro interdipendenti e l’uomo non è altro dalla natura. Come dice M. C. Bateson, Il ricorso all’autoconoscenza, come modello per capire gli altri, sulla base di somiglianze e congruenze, lo si potrebbe chiamare comprensione, ma il termine migliore nell’uso corrente mi sembra empatia: non si deve pensare solo all’empatia tra terapeuta e paziente, ma anche il contadino, cui si sia inaridito il raccolto, sente la morte dei suoi campi nel proprio corpo 1

Si guarda da una prospettiva di tipo circolare, fondata sulle interconnessioni, che collegano il punto di partenza con il punto di arrivo, per cui non è possibile identificare la causa prima o l’effetto finale.
Con questa nuovo paradigma si abbandona la visione meccanicistica causale dei fenomeni, per assumerne una circolare che si attaglia a tutto ciò che è vivente, come indicato dalla cibernetica, termine che dal greco kybernetike (téchne) arte del nocchiero, si riferisce a chi governa e dirige la guida della nave. Ma cos’è la cibernetica? E’ una sorta di stickwort (dal tedesco,letteralmente parola chiave), di parola simbolo, quindi, la cui nominalizzazione sta ad indicare un nuovo ambito scientifico, una nuova epistemologia, interfaccia fra varie discipline, i cui concetti centrali sono circolarità, autoregolazione e comunicazione.

Essa studia l’organizzazione degli eventi neurologici, psicologici, comportamentali e sociali e a differenza della scienza classica che si occupa degli eventi e delle loro cause, si occupa dei collegamenti tra gli eventi: così ogni elemento del sistema considerato, opera una serie di aggiustamenti in risposta alle perturbazioni esterne e simultaneamente un adattamento retroattivo, che forma un sistema permanente di adattamento apprendimento: il rapporto tra stabilità e processi di cambiamento nell’evoluzione dei sistemi sono, quindi, due aspetti di un’unica Gestalt. Significativamente, Gestalt, dal tedesco, significa forma, figura, configurazione, ed allude a quei processi mentali, in particolare dell’esperienza percettiva, che si organizzano in configurazioni unitarie la cui totalità, come già sostenevano Platone ed Aristotele, è qualitativamente differente dai singoli elementi, che la compongono ed è irriducibile ad essi.

Mara Palazzoli Selvini ed altri autori, non a caso, ridefinivano così i membri della famiglia e cioè un gruppo con storia, elementi di un circuito in interazione. I membri del circuito non hanno alcun potere unidirezionale sull’insieme.2 Ogni membro influenza gli altri e ne è influenzato e ciò non significa, che si possa fare riferimento a principi di causalità lineare, identificando il comportamento di un membro, come causa del comportamento degli altri.

I sistemi sono in continuo mutamento e concetti come non equilibrio, instabilità, non linearità, indeterminazione, connotati negativamente dalla scienza tradizionale, possono portare, come dice Prigogine, scienziato di origine russa, all’emergere spontaneo di un ordine che è il risultato di effetti combinati dell’irreversibilità, del non equilibrio, degli anelli di retroazione e dell’instabilità.
Anzi, Prigogine ha dimostrato che nell’incremento del disordine si verifica una rielaborazione creativa.
Ne consegue che i sistemi viventi nei momenti di peggiore disordine possono rigenerarsi e trovare soluzioni più funzionali e creative.
Cosa intendiamo per creatività? La creatività è stata definita K. Krippendorff, come capacità di vedere le cose da una prospettiva inusuale e di produrre, dall’insight ottenuto, una nuova organizzazione di elementi familiari, qualcosa che non esisteva prima, originale. 3
Fuor di metafora, visto che siamo in un contesto di aiuto, nei momenti di disagio, tipici di certe fasi di transizione, questa epistemologia restituisce agli esseri umani la fiducia in se stessi, attribuendo loro, capacità di trovare creativamente le soluzioni ai problemi, attraverso un’azione creativa che da luogo ad un nuovo ordine, diverso, magari più soddisfacente di prima. Come diceva Carl Gustav Yung ….“ siamo incompiuti: cresciamo e cambiamo”.

D’altro canto, è impensabile, attribuire la responsabilità totale del cambiamento all’operatore d’aiuto, perché questi fallirebbe, altrimenti, il compito di promotore, di facilitatore dell’autodeterminazione del cliente.
In questa Weltanschauung (dal tedesco-letteralmente visione del mondo: espressione utilizzata in filosofia, letteratura, storia dell’arte, sociologia, ma anche invalsa nella lingua d’uso) cos’è l’uomo e come conosce?

Il Costruttivimo-Costruzionismo
Già Bateson aveva detto che ontologia ed epistemologia non possono essere separate, in quanto le convinzioni sul mondo dell’essere vivente, determineranno il suo modo di vederlo e di viverlo, e questo suo modo di sentire e di agire, a sua volta determinerà le sue convinzioni sulla natura del mondo.
I dati sono capti (presi, afferrati) nel senso che sono rielaborati secondo la mappa conoscitiva dell’osservatore.

L’essere vivente è quindi imprigionato, in una trama di premesse epistemologiche e ontologiche che a prescindere dalla loro verità e falsità ultima, assumono per lui carattere di parziale autoconvalida.4
Inoltre afferma Bateson “le idee che le persone condividono sulla natura per quanto fantastiche, sono sostenute dal sistema sociale e, per converso, il sistema sociale è sostenuto dalle loro idee sulla natura. Quindi una popolazione orientata in questo duplice modo riesce molto difficile cambiare concezione, tanto sulla natura quanto sul sistema sociale. I benefici della stabilità vengono pagati al prezzo della rigidità, poiché essa vive, com’è inevitabile per tutti gli esseri umani, in una rete enormemente complessa di presupposti che si sostengono a vicenda5

Com’è facile vedere, la conoscenza si struttura attraverso tre matrici fondamentali, che sono la costruzione soggettiva della realtà da parte dell’essere umano, la natura idiosincratica e autoreferenziale del conoscere ed infine la condivisione sociale delle premesse epistemologiche che presiedono alla costruzione della realtà, di fatto una co-costruzione.

In questa epistemologia del conoscere, la relazione è fondativa, perché l’uomo nasce nella relazione, tant’è che il cosiddetto apprendimento due o deuteroapprendimento, di batesoniana memoria, è una maniera di segmentare l’esperienza attraverso sequenze di relazioni apprese (che non può essere verificata attraverso la realtà, non è né giusta, né sbagliata: è solo un modo di conoscere e strutturare delle abitudini di pensiero) durante l’infanzia, è inconscio e come tale inestirpabile.

Così, nasciamo e viviamo nella relazione spesso il malessere di vivere che è connesso alla qualità della nostra relazione emozionale con gli altri: dal bambino e dall’adolescente con gli adulti significativi, dalla relazione tra coniugi, dalla relazione genitori figli, dai distacchi e dalle separazioni per abbandono o per lutto, fino alla relazione tra colleghi in contesti istituzionali, è sempre Lei, la Relazione, inferno e paradiso dell’esistenza, entrambe categorie, mai contrapposte, ma soggette potenzialmente sempre ad una trasmutazione alchemica.

Non ha senso parlare di dipendenza, di aggressività o di orgoglio, e così via. Tutte queste parole affondano le loro radici in ciò che accade tra una persona e l’altra, non in qualcosa che sta dentro una sola persona, la relazione viene per prima, precede.6

Appare chiaro, come questa epistemologia, si riferisca ad un nuovo modo di vedere per relazioni l’uomo e la sua maniera di essere nel mondo, non più intrappolato entro processi intrapsichici, come voleva il modello psicodinamico, ma soggetto relazionale, il cui cosiddetto io è struttura e riflesso, appunto, delle sue relazioni interpersonali: esse, a loro volta assumono significato solo all’interno di un contesto, anch’esso fondativo della relazione, definito, non a caso, da Bateson, matrice di significato.
Ma lasciamo la parola a G. Bateson che così descrive e significa la parola relazione.
“Tutti i termini come dipendenza, orgoglio, fatalismo, si riferiscono a caratteristiche dell’io che sono apprese in sequenze di relazioni. Questi termini sono, in realtà, termini che indicano ruoli nell’ambito delle relazioni e si riferiscono a qualcosa che è stato artificialmente enucleato dalle sequenze interattive”…… “nessun uomo è ingegnoso o dipendente o fatalista nel vuoto. Una sua caratteristica, qualunque essa sia, non è propriamente sua, ma piuttosto di ciò che avviene tra lui e qualcos’altro (o qualcun’altro).”7
Allo stesso modo esitiamo ad ammettere che il nostro carattere è reale nella relazione. Noi astraiamo dalle esperienze di interazione e di differenza per dar vita a un sè che dovrà continuare (dovrà essere reale o cosale) anche al di fuori della relazione (G. Bateson, Verso un ecologia della Mente, Adelphi, 1972)8
Di relazione si vive (basti pensare, che la sopravvivenza del cucciolo dell’uomo, dipende dalla madre o dall’adulto che se ne prende cura, ed è quindi costitutivamente relazionale, di relazione ci si ammala: alcune ricerche dello psicologo John Cacioppo hanno rivelato la connessione tra una relazione conflittuale e picchi improvvisi di ormoni dello stress a livelli talmente alti da danneggiare alcuni geni competenti a combattere l’ingresso dei virus nel nostro organismo. Le reti neurali diventano il tramite attraverso cui i nostri problemi relazionali diventano input per veri e propri danni biologici fino alla malattia e alla morte9

Pare che alcune malattie autoimmuni, e varie tipologie di tumore, abbiano anche una matrice conflittuale, legata alla sofferenza e allo stress, e potenzialmente, anche, al fatto che i siamo i depositari di drammatiche e irrisolte storie familiari.

Su quest’ultimo punto vorrei dedicare una particolare attenzione, risalendo agli anni sessanta-settanta, quando Francoise Dolto, Nicholas Abraham e Ivan Boszormenyi-Nay, all’interno degli studi in campo transgenerazionale, cominciarono a porre complessi interrogativi sulla trasmissione transgenerazionale dei conflitti non risolti, dei segreti,dei non detti, delle morti improvvise. Con questa enunciazione mi riferisco al fatto, che oltre alla connessione biologica, che lega i membri di una famiglia e che si manifesta fenomenologicamente, in maniera immediatamente riconoscibile, attraverso le somiglianze somatiche, c’è n’è un”altra, di tipo emozionale ed affettivo, meno identificabile nell’immediatezza, ma altrettanto forte ed ineliminabile: quella epigenetica, alla cui luce le relazioni e gli interscambi attuali di una famiglia sono espressione e risultato di quelli precedenti.
Il genosociogramma (lavora sulle connessioni tra diverse generazioni della stessa famiglia: Anne Ancelin Schutzenberger ne ha contate ben nove), o il genogramma, (lavora sulla famiglia trigenerazionale) entrambi strumenti di conoscenza delle relazioni familiari intergenerazionali, costituiscono una significativa rappresentazione sociometrica (affettiva) operata con le sembianze di un albero genealogico familiare, in cui si declinano interi cicli vitali di famiglie, per più generazioni: da detti strumenti si mutuano i diversi tipi di relazione del soggetto, in rapporto al suo ambiente e ai legami tra i vari personaggi: “chi rimpiazza chi nella famiglia, come si fanno le spartizioni, chi sono i favoriti, le ingiustizie, le ripetizioni ..” etc.. 10

Riferisce Genziana Ghelli psicologa clinica e pscoterapeuta, che nella sua pratica professionale ha trovato correlazioni significative tra determinati organi colpiti da malattie o incidenti e relazioni difficili con gli ascendenti. Sono stati in tal senso rilevati connessioni tra patologie di fegato e rabbie relazionali tra familiari, tumori agli intestini e problemi o ingiustizie inerenti l’eredità, tumori allo stomaco come simbolo di battaglie economiche tra parenti. Che dire della nostra struttura ossea che è una delle dimostrazioni più tangibile di alcuni tipi di relazione. E’ stato messo in rilievo, da alcuni autori, tra cui D. Epstein, nella sua chiropratica, la particolarità della spina dorsale curva, rinviandone la correlazione al rapporto con la figura paterna, la cui presenza emotiva inadeguata, sembra, possa condizionare detta postura, a cui è mancato, appunto, sostegno, il supporto forte, per essere e mantenersi dritta.11
Come si può arginare il dramma relazionale che crea sofferenza, all’interno dei vari cicli vitali dell’esistere? Ri-trovando verità soggettive di nuove narrazioni, co-costrutite con il consulente-counsellor, (o con il terapeuta , secondo i casi), che non negano il senso delle precedenti, ma vi si affiancano aprendo nuovi orizzonti di senso.
Si rammenta che la locuzione relazione dal latino relatio-relationis, derivante dal verbo referre, significa riportare indietro, volgere, ma anche ricondurre, riportare a sé, quasi un movimento di andata e ritorno, come portare l’altro a sé e poi anche rimandare all’altro.
Relazione, significa quindi rendere, esporre e narrare: la relazione è un riferire, un raccontarsi all’altro, perciò rinvia alla sussistenza di un nesso, di un legame interpersonale di reciprocità.
Siamo giunti all’idea di relazione, cui è pervenuta la sistemica, superata la fase della pragmatica di Watzlawick e colleghi, che consideravano l’interazione tra i vari soggetti del sistema in maniera meccanicistica, infatti, non veniva riconosciuta l’elaborazione dell’informazione (il famoso periodo della scatola nera, la cui conoscenza era inattingibile) né l’intenzionalità. Così diveniva assolutamente indifferente il fatto che i messaggi fossero codificabili come segni, privi di valenza comunicativa, o segnali, viceversa dotati di un preciso codice comunicativo.
La relazione, invece tra persone, ridefinite soggetti di intenzionalità, si è visto come è condizionata da come ciascuno si pone e interpreta i messaggi, che gli vengono trasmessi e di come vi risponde. Alla luce di quanto detto, diventano importanti le caratteristiche dei soggetti coinvolti nell’interazione e i loro codici comunicativi e interpretativi.
Se ci spostiamo dalla prospettiva di chi guarda all’interazione e vi partecipa, è necessario che egli possegga una buona conoscenza di sé, della propria storia e delle attribuzioni di senso relative, ma anche della storia dell’altro e del suo modo di reagirvi, di che tipo sia la relazione e del contesto in cui si svolge l’interazione, e tutto ciò diventa premessa fondamentale per chi opera nei contesti di cura (psicoterapeutici) o del prendersi cura (counseling)

L’osservatore non è esterno al sistema, ma ne fa parte integrante, per cui nel considerarne il funzionamento, deve riflettere sul fatto che deve includervi le proprie premesse, la propria mappa cognitiva, Siamo in pieno costruttivismo, ovvero il mondo esiste attraverso le nostre rappresentazioni, è la teoria che determina le nostre attribuzioni di senso e non viceversa, come già aveva detto Bateson.
La conoscenza, dice uno degli esponenti della corrente costruttivista radicale, Von Glasersfeld, non è l’effetto di una rappresentazione mentale che riproduce un mondo indipendente dal soggetto, ma strutture concettuali vivibili: non c’è corrispondenza, ma adeguatezza.12

Però, questa visione pone l’accento sulla difficoltà per l’osservatore di uscire dall’autoreferenza ed accettare la molteplicità dei punti di vista. Ognuno, in quanto responsabile del mondo che costruisce, opera scelte etiche ed estetiche. Che significa? Significa, trasferendo questa epistemologia nei contesti di cura, che l’operatore, per un eccesso di responsabilità in tal senso, finisce per trovarsi solo nella costruzione della realtà.
Anzi, sembra quasi, che non venga preso in considerazione, il modo con cui i clienti interagiscono nel processo di scambio e di attribuzione di significati, al punto che l’operatore potrebbe, anziché andare verso la dissoluzione del problema (locuzione utilizzata da Goolishian, negli anni novanta, per meglio definire i percorsi plurimi e non univoci, attraverso cui si può giungere alla soluzione di un problema) amplificarlo, come osserva Cecilia Edelstein, riportando il pensiero di altri autori 13, rimanendovi invischiato.

Dopo la metà degli anni ottanta, finalmente si profila una Prospettiva, quella socio-costruzionista, più consona alla matrice relazionale ed interattiva dell’ottica sistemica, che con Gergen, identifica il discorso sul mondo come il prodotto di uno scambio.
Il costruzionismo sposta e focalizza l’attenzione sulle forme di conoscenza comune, per cui, pur mantenendo gli aspetti relativi alla soggettività del conoscere, questa si intreccia con la co-costruzione dei significati, attraverso processi di negoziazione, di scambi linguistici e conversazionali, che assumono credibilità e valore, proprio perché condivisi.
Alla fine nei contesti di cura (psicoterapeutici) o del prendersi cura, qual’è quello di counselling, di cui stiamo parlando, la relazione d’aiuto, in chiave sistemico-costruzionista si svolge attraverso la co-costruzione consensuale e negoziale tra la persona cliente e l’operatore, coppia o famiglia, secondo i casi, che portano, certamente, nella richiesta di aiuto una storia problematica, di disagio: ad essa danno un senso, una spiegazione.
Il counselor, dovrà , muovendo dalla medesima, portare alla luce, farne emergere altre e/o possibili più funzionali e gratificanti, oltre che socialmente condivisibili. Può essere molto utile, per esempio la ricostruzione-co-costruzione del genogramma familiare, perchè, se “ciascuno patisce i propri Mani”, ( i Mani per gli antichi romani, che tra l’altro erano molto superstiziosi, erano divinità protettrici della famiglia e rappresentavano le anime dei defunti) come diceva Virgilio14 (Virgilio, Eneide,VI, v.730) tante volte è proprio attraversando la storia degli affetti, in questo teatro della memoria, che si ritrova il nesso dell’appartenenza e della condivisione della propria cultura familiare, quella che si è declinata di generazione in generazione e …che è la nostra storia..)

Così, l’operatore potrà promuovere l’emersione di quei “sottomondi sociologici”, di cui parlano Berger e Luckmann, realtà alternative sempre potenzialmente presenti nella zona d’ombra della coscienza individuale, in modo da sostituire le storie precedenti, rispettandone l’ethos emotivo, con altre più gratificanti e socialmente condivisibili.
Facendo quasi eco all’immagine dei sottomondi, Markus e Nurius descrivono l’essere umano come una colonia di sé possibili, compresi quelli rigettati e indesiderati, mentre Boscolo e Bertrando, a proposito della terapia sistemica individuale, la definiscono, con un espressione ricca di rinvii simbolici, come una dialettica a tre, fra il terapeuta, la persona e le sue voci interne.15

In altri termini, il counsellor deve co-costruire con la persona cliente, nuove letture di senso, storie plausibili, che ha già intravisto nel suo sottomondo, o ha percepito dai segnali indiretti promananti dalle voci interne, che il suo interlocutore gli rinvia, purché siano accettabili, oltre che dal medesimo, anche da altre persone per lui significative, in modo da restituirgli una maniera di essere nel mondo più esteticamente coinvolgente ed emozionante.
Vorrei concludere parafrasando un pensiero di Cesare Pavese che diceva “Un libro è sempre la descrizione di come uno si immagina il mondo” (Riferimento al Racconto pubblicato nel quotidiano l’Unità del 25 febbraio 2005), e così parafrasando, io mi immagino un setting di counseling, in cui il counselor e cliente sono intenti a scrivere un libro a quattro o a più mani, che sia il risultato di una narrazione co-costruita insieme, su come essi immaginano nuove estetiche, nuove maniere di abitare il mondo.

E questa volta il mondo, si può abitare, anche spostando l’attenzione su un setting contrassegnato dalla dimensione narrativa, dalle tecniche di ascolto dell’altro, in cui è importante, non tanto ciò che diciamo, ma come chi ascolta capisce, interpreta e ricorda, la ricerca delle potenzialità creative, l’attenzione spostata alla meditazione e alla contemplazione, la sensibilità volta ad evitare errori logici e a coltivare percorsi dediti all’autoeducazione:16
1 G. Bateson, M. C. Bateson 1989, Dove esitano gli angeli ed. Adelphi, pag 291)
2 Mara Selvini Palazzoli, L. Boscolo G. Cecchin, G. Prata, Paradosso e Controparadosso, 1975, Feltrinelli, pag. 13)
3 In Sistemica, 2003 ad vocem Creatività, pag. 245, a cura di Umberta Telfener e Luca Casadio, Bollati Boringhieri.
4 G. Bateson, 1972, Verso un ecologia della mente, pag. 345, trad. it. Adelphi
5 G. Bateson, 1979, Mente e Natura, pag. 193, trad. it. Adelphi
6 Ibidem, pag. 179
7 Passim, Verso un ecologia della Mente, op. citata
8 Ibidem, pag.18
9 2006, Daniel Goleman, Intelligenza Sociale, ed. Rizzoli
10 Anne Ancelin Schutzenberger, La Sindrome Degli Antenati, Di Renzo Editore  Roma, 2005
11 Genziana Ghelli, 2006, Riconoscersi nel rispetto degli avi ed. Le Balze, Siena
12 Sistemica, op. citata pag. 242
13 Cecilia Edelstein, 2007, Il Counseling Sistemico Pluralista, ed Erickson
14 Virgilio, Eneide libro VI verso 730
15 Sistemica, op. citata, ad vocem Sé/ I SE’, pag.453, 454
16 Sistemica, op. citata, pag. 498
 
 

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